Ieri sera a Milano si è tenuta la presentazione del nuovo/storico album “Petra Lavica” di Kaballà, che celebra i 33 anni dalla sua uscita con una versione rimasterizzata in digitale e 33 giri a tiratura limitata. Un ritorno agli albori del pop cantato in siciliano, capace di fondere modernità e tradizione. Merito di Kaballà (al secolo Giuseppe Rinaldi), il cantautore che ha dato vita al disco e a questa visione di pop contaminato. Ieri abbiamo avuto il piacere di incontralo.
Petra Lavica: pop contaminato e dialetto siciliano
Pubblicato originariamente nel 1991, “Petra Lavica”, il primo album di Kaballà, è stato prodotto da Gianni De Barberis con il contributo creativo di Massimo Bubola, già noto per il suo lavoro con Fabrizio De André. In un’epoca in cui il
Kaballà ha collaborato nel corso della sua carriera con artisti come Eros Ramazzotti, Baustelle, Irene Grandi e Andrea Bocelli. L’uso del dialetto siciliano in “Petra Lavica” non è solo una scelta artistica, ma un atto di recupero culturale e identitario. Quest’opera, insieme a “Creuza de mä” di De André e Mauro Pagani, ha anticipato i tempi, dando nuova dignità al dialetto nella musica pop e rock. L’uso del dialetto in “Petra Lavica”, tra le altre cose, anticipa le tendenze che oggi vediamo nella musica italiana, come nel rap di Geolier, dove il dialetto napoletano diventa uno strumento di identificazione. Oggi, il rilancio di “Petra Lavica” non solo celebra un pezzo importante della nostra storia musicale, ma dimostra come il passato possa ancora parlare al futuro.